Perché l'AI scrive così: le parole spia e il motivo tecnico
Frasi levigate, aggettivi vuoti, zero posizioni: la lingua dell'intelligenza artificiale si riconosce al primo paragrafo. Non è un caso, ed è la stessa antilingua che Calvino descrisse nel 1965.
C'è un modo di scrivere che ormai riconosci al primo paragrafo. Frasi levigate e prudenti, aggettivi che gonfiano senza dire niente come 'cruciale' e 'fondamentale', un tono che soppesa tutto e non prende mai una posizione. È la lingua dell'intelligenza artificiale, e non suona finta per caso: ha una causa tecnica precisa. E, sorpresa, un intellettuale italiano l'aveva già fotografata nel 1965. Italo Calvino la chiamava antilingua.
Le parole spia, e perché tornano sempre
Chi legge molti testi generati riconosce un vocabolario ricorrente. In inglese sono diventate famigerate parole come delve, tapestry, leverage, underscore, nuanced, pivotal; in italiano si traducono nel loro corrispettivo gonfio: 'approfondire', 'fare leva su', 'sottolineare', 'sfaccettato', 'cruciale'. Poi c'è la formula prudente per eccellenza, 'è importante notare che', e la simmetria rassicurante del 'da un lato, dall'altro'. Uno studio di linguistica ha contato ventuno di queste parole spia il cui uso è esploso da quando esistono i chatbot.
Non è un vezzo: è statistica. Un modello genera testo prevedendo, una parola dopo l'altra, quella più probabile viste le precedenti. Su un argomento comune, la parola più probabile è anche la più abusata dai milioni di testi già scritti prima. Il risultato è una regressione verso la media: il modo in cui scrivono tutti, cioè il modo in cui non scrive nessuno in particolare.
Il vero motore: media statistica e addestramento
La blandezza, però, non nasce solo dalla previsione statistica. C'è un secondo strato, l'addestramento sulle preferenze umane, l'RLHF. Dopo aver imparato a prevedere il testo, il modello viene rifinito perché risulti utile, gentile e non controverso. Da qui nascono le cautele infinite, l'equilibrio ostentato, la fuga da ogni affermazione netta. Alcuni ricercatori sospettano anche che i valutatori, quando sono stanchi, premino inconsciamente certe parole altisonanti come sinonimo di 'scrittura buona', spingendo il modello a ripeterle. La prudenza, insomma, è progettata.
Il prodotto finito ha già un nome entrato nell'uso comune: AI slop, la poltiglia di contenuti sfornati in serie, corretti e vuoti, che sta intasando il web. Non è testo sbagliato. È testo che non dice nulla con grande correttezza formale.
Calvino l'aveva capita nel 1965
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Ed eccoci al punto che nessuna recensione tecnologica coglie. Sessant'anni fa Calvino descrisse l'italiano di chi 'non sa dire ho fatto ma deve dire ho effettuato'. La chiamò antilingua e ne indicò il motore: il terrore semantico, la paura di usare una parola concreta, la fuga verso l'astratto e il vago pur di non esporsi. Avvocati, uffici, redazioni: tutti scrivevano così per insicurezza, per apparire competenti.
L'AI fa esattamente la stessa cosa, ma per un motivo meccanico invece che psicologico. Ottimizza per la media inoffensiva, e la media inoffensiva è precisamente il burocratese. La differenza è la scala: il terrore semantico lo producevano singoli funzionari, l'antilingua di oggi esce da una macchina, industrializzata e a costo quasi zero. La buona notizia è che l'antidoto resta lo stesso, e vale anche quando scrivi tu: chiedi il concreto al posto dell'astratto, prendi una posizione, taglia le cautele inutili. Le stesse correzioni che un buon editor fa da un secolo.
L'intelligenza artificiale non ha inventato una lingua nuova e brutta. Ha preso la peggiore che avevamo già, quella della vaghezza difensiva, e l'ha messa in produzione. Riconoscerla, a partire dalle sue parole spia, è il primo modo per non farsene contagiare.