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Riconoscimento facciale e AI Act: cosa cambia dal 2 agosto

Riconoscimento facciale e AI Act: cosa cambia dal 2 agosto

Da questa data scattano le multe, fino a 35 milioni. Il regolamento vieta la sorveglianza di massa ma lascia strette eccezioni: e in Italia lo scontro sul decreto si gioca tutto su una parola.

3 min di lettura

di Lorenzo Baccini

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Dal 2 agosto 2026 l'AI Act europeo smette di essere solo un principio: da questa data scattano le sanzioni, che arrivano fino a 35 milioni di euro o al 7% del fatturato mondiale. E alcune delle pratiche che punisce riguardano proprio l'uso dell'intelligenza artificiale per sorvegliare le persone. Il regolamento vieta il punteggio sociale, la polizia predittiva basata sulla profilazione del singolo, la raccolta indiscriminata di volti dal web e, salvo eccezioni strettissime, l'identificazione biometrica in tempo reale negli spazi pubblici. Ma tra ciò che è vietato e ciò che è permesso corre una linea sottile, e in Italia si sta combattendo proprio lì.

Cosa vieta davvero l'AI Act

Conviene separare i fatti dalla filosofia. L'articolo 5 del regolamento elenca le pratiche a rischio inaccettabile, quelle vietate a prescindere. Oltre al punteggio sociale e alla polizia predittiva individuale, sono fuori legge lo scraping non mirato di immagini facciali per costruire database di riconoscimento, il riconoscimento delle emozioni sul posto di lavoro e a scuola, e la categorizzazione delle persone in base a dati biometrici sensibili. Questi divieti sono formalmente in vigore dal febbraio 2025; da agosto arriva la parte che pesa davvero, le multe.

Il caso più delicato è l'identificazione biometrica in tempo reale in luoghi pubblici da parte della polizia. Qui l'AI Act non pronuncia un no assoluto: dice no come regola, con poche eccezioni tassative. Si può usare per cercare una persona scomparsa, per prevenire una minaccia terroristica concreta o per localizzare il sospettato di un reato grave. Ma ogni volta serve che l'uso sia necessario, proporzionato, autorizzato da un giudice e limitato nel tempo, nello spazio e alle persone cercate. La sorveglianza generalizzata e continua non rientra in nessuna eccezione.

La parola che decide tutto: preventivo

Ecco il punto che i titoli ideologici mancano. La differenza tra un uso legale e uno vietato non sta nella telecamera: sta in una parola, preventivo. L'AI Act consente di puntare il riconoscimento su una persona specifica dopo che un reato è stato commesso o è concretamente imminente. Vieta la raccolta preventiva e di massa, quella che scandaglia tutti nella speranza di trovare qualcuno. È la stessa telecamera, ma un caso è un'indagine mirata, l'altro è la schedatura di chiunque passi.

È esattamente su questo che si è acceso lo scontro in Italia. Il governo ha proposto un decreto per recepire l'AI Act che, nelle intenzioni, aprirebbe al riconoscimento facciale in tempo reale per le forze dell'ordine. La Commissione europea ha ricordato che negli spazi pubblici, come regola, è vietato, e che il regolamento consente il riconoscimento solo dopo l'eventuale reato, non per raccolte preventive. Il voto in commissione è stato rinviato, e le opposizioni contestano proprio lo scivolamento verso un uso preventivo. Non è un dettaglio tecnico: è il confine tra un'indagine e una società sorvegliata.

Il titolo che evoca Foucault è efficace, ma rischia di far pensare a una distopia già scritta. La realtà è più precisa e, per una volta, più governabile: la stessa tecnologia può essere uno strumento d'indagine o una gabbia, e a decidere quale delle due non è l'algoritmo ma la regola che gli costruiamo intorno. Da agosto quella regola ha finalmente un prezzo per chi la viola. Il resto si gioca su come l'Italia sceglierà di scrivere il suo decreto.

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