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Arricchirsi con l'AI è facile? I numeri dicono un'altra cosa

Arricchirsi con l'AI è facile? I numeri dicono un'altra cosa

Un imprenditore milionario dice alla Gen Z che oggi fare soldi con l'intelligenza artificiale è «facilissimo», niente scuse. È metà vero. L'altra metà la raccontano i dati.

3 min di lettura

di Lorenzo Baccini

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Un imprenditore milionario di 31 anni ha detto alla Gen Z una frase destinata a diventare virale: oggi arricchirsi con l'intelligenza artificiale è 'facilissimo', e chi non ci riesce sta solo cercando scuse. È il tipo di messaggio che fa presa, perché è metà vero. Il problema è l'altra metà, quella che i numeri raccontano e gli slogan no.

La trappola del sopravvissuto

Partiamo da una premessa onesta: quell'imprenditore ha davvero avuto successo, ha costruito e venduto un'azienda per una cifra a otto zeri. Ma 'ha funzionato per me, quindi è facile per tutti' è l'errore di ragionamento più classico che esista, il bias del sopravvissuto: ascolti la voce di chi ce l'ha fatta e non quelle, molto più numerose, di chi ci ha provato e non ha ottenuto nulla.

I dati riportano la frase con i piedi per terra. Circa l'80-90% delle startup di AI fallisce, una quota più alta persino di quella, già dura, delle startup tecnologiche tradizionali. Tra il 60 e il 70% non genera un solo euro di ricavi, e solo il 3-5% supera i 10.000 dollari di incassi mensili. Persino OpenAI, il nome più celebre del settore, perde miliardi ogni anno. 'Facilissimo' descrive bene il momento in cui si comincia, non quello in cui si guadagna.

Perché tanti falliscono: costruiscono sulla sabbia

C'è un motivo tecnico dietro questi numeri. La stragrande maggioranza dei 'progetti AI' non è altro che una sottile interfaccia costruita sopra il modello di qualcun altro, richiamato via API. Funziona benissimo come dimostrazione, magari conquista i primi clienti, e poi crolla nel momento esatto in cui il fornitore del modello, che sia OpenAI, Google o Anthropic, aggiunge da solo quella funzione. È successo a oltre 200 startup finanziate in un anno solo.

La lezione è spietata ma utile: se tutto il tuo prodotto è 'chiedo io all'AI al posto tuo', non hai nessuna barriera competitiva, niente che impedisca a un colosso di spazzarti via con un aggiornamento. L'AI trattata come il prodotto è fragile. Ed è qui che si separa chi fa cassa da chi fa solo demo.

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La buona notizia c'è, ed è più concreta dello slogan: l'AI è una leva potentissima, ma su qualcosa. I freelance che la usano davvero guadagnano circa il 38-40% in più all'ora e chiudono il doppio dei progetti, secondo i dati di settore. I grafici lavorano molto più in fretta e alcune competenze legate all'AI sono esplose. Ma tutti questi casi hanno una cosa in comune, e non è l'AI: hanno una nicchia, una competenza reale e un modo per raggiungere i clienti.

Il discrimine è tutto qui. Chi tratta l'AI come il lavoro passa il tempo a giocare con una tecnologia impressionante e incassa poco. Chi la tratta come una leva sopra un'abilità che già possiede vede i risultati moltiplicarsi. Lo slogan del milionario, allora, non è una bugia: è una mezza verità travestita da scorciatoia. L'AI ha abbattuto la barriera per iniziare un'attività, quasi azzerandola. Non ha abbattuto quella, ben più alta, per riuscirci. 'Niente scuse', in fondo, vale in entrambe le direzioni.

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