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Data center ed economia locale: chi ci guadagna davvero

Data center ed economia locale: chi ci guadagna davvero

La promessa è sempre la stessa: migliaia di posti e ricchezza per il territorio. Ma i lavori stabili sono pochi, i benefici arrivano solo in certe zone e un costo rischia di finire in bolletta.

3 min di lettura

di Lorenzo Baccini

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Quando si annuncia un nuovo data center, arriva sempre la stessa promessa: migliaia di posti di lavoro e un'iniezione di ricchezza per il territorio. La realtà è più sfumata, e la risposta corretta alla domanda 'fanno crescere l'economia locale?' è quella, scomoda, del titolo: dipende da dove sorgono. Ma dipende anche da un'altra cosa che si racconta poco: da quello che la comunità riesce a farsi dare in cambio.

Il miraggio dei posti di lavoro

Il primo equivoco riguarda l'occupazione. I numeri sbandierati sono quasi sempre gonfiati dalla fase di costruzione e dall'indotto temporaneo. A regime, un data center è un capannone pieno di server che si gestisce con pochissime persone. In Italia lo dicono i dati: nel 2024 si contavano circa 28.000 lavoratori 'nell'orbita' dei data center, ma solo 1.200 erano diretti. Un grande campus in costruzione può impiegare oltre mille operai per anni, salvo poi stabilizzarsi su 300-350 addetti fissi altamente qualificati.

Ed è qui che entra il 'dove'. Uno studio sugli Stati Uniti ha misurato che, dopo l'apertura di un data center, l'occupazione locale cresce fino al 3,5% nel lungo periodo, ma solo nelle aree metropolitane, dove esiste già un tessuto di imprese digitali che moltiplica l'effetto. Nelle zone rurali e isolate l'impatto è quasi nullo: arrivano il consumo di suolo e di energia, non l'indotto. Costruire in mezzo al nulla per risparmiare sul terreno, spesso, non regala nessuna prosperità ai dintorni.

Il rischio che esce dal cancello: la bolletta

C'è poi un costo che la comunità rischia di pagare anche senza volerlo: l'energia. Un data center consuma quanto una piccola città, e quando molti si concentrano sulla stessa rete i prezzi salgono per tutti. Negli Stati Uniti, in una grande regione elettrica da 65 milioni di abitanti, il costo di approvvigionamento è passato in un anno da 2,2 a 14,7 miliardi di dollari, con i data center responsabili di circa due terzi dell'aumento. Non a caso oltre cento comunità locali americane hanno imposto moratorie.

In Italia il fenomeno è più giovane: i data center pesano oggi meno dell'1% dei consumi elettrici, ma l'Osservatorio del Politecnico di Milano stima che entro il 2035 potrebbero arrivare al 7-12% del totale nazionale. Sul fronte acqua, invece, il nostro modello parte meglio di quello americano: la legge lombarda del 2026 vieta l'uso di acqua potabile per il raffreddamento e spinge sul riutilizzo del calore, mentre i nuovi impianti usano il raffreddamento a circuito chiuso. Non tutti i timori, insomma, valgono allo stesso modo qui e negli Stati Uniti.

Quando conviene al territorio, e quando no

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Mettendo insieme i dati, il 'dipende' diventa una lista concreta. Un data center porta benefici reali quando sorge vicino a un'area urbana o industriale con già un indotto digitale, quando l'azienda si impegna a cedere il calore di scarto per il teleriscaldamento di case e uffici, quando finanzia nuovi impianti rinnovabili con contratti a lungo termine e quando riqualifica un'area dismessa invece di cementificarne una nuova. In quei casi il territorio incassa lavoro qualificato, energia pulita e persino riscaldamento.

Diventa un cattivo affare quando invece atterra in una zona isolata solo per il terreno a basso costo, ottiene generosi sconti fiscali senza contropartite e non condivide né calore né garanzie sull'energia: allora resta un'industria pesante che consuma suolo e corrente, lasciando in cambio una manciata di posti. La lezione è semplice: il beneficio non è automatico, si negozia. Un data center non è né un jackpot né una maledizione. È un'infrastruttura, e quello che un territorio ci guadagna dipende da come viene costruita e da cosa gli si chiede in cambio.

Fonti

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