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Napoli capitale dell'AI? L'Italia ha i cervelli, ma li perde

Napoli capitale dell'AI? L'Italia ha i cervelli, ma li perde

La Federico II ospita ECML PKDD, il top congresso europeo di machine learning: un'eccellenza reale. Ma l'entusiasmo per la «capitale dell'AI» nasconde il vero problema italiano.

2 min di lettura

di Lorenzo Baccini

#intelligenza artificiale#ricerca#italia#napoli#fuga di cervelli#università
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Dal 7 all'11 settembre l'Università Federico II di Napoli ospita ECML PKDD, il più importante congresso europeo di machine learning. Per l'occasione qualcuno ha già parlato di Napoli come 'capitale europea dell'intelligenza artificiale'. È un'ottima notizia, e un motivo di orgoglio reale. Ma è anche l'occasione per una domanda onesta, che l'entusiasmo tende a saltare: l'Italia è davvero una potenza dell'AI, o è il posto che produce la scienza e poi lascia che siano altri a incassarla?

Un evento vero, non uno spot

Partiamo dal dare a Napoli ciò che le spetta. ECML PKDD non è un convegno qualsiasi: è la conferenza europea di riferimento per l'apprendimento automatico e l'analisi dei dati, con una platea internazionale. I numeri dicono quanto sia selettiva: al solo Research Track sono stati accettati 280 articoli su oltre 1.150 proposti, meno di uno su quattro. Ospitare un evento così è un riconoscimento concreto alla qualità della ricerca italiana. Su questo punto, quindi, non c'è discussione: di cervelli capaci, in Italia, ne abbiamo eccome.

Il paradosso: formiamo i cervelli, poi li perdiamo

Ed è proprio qui che 'capitale dell'AI' diventa un'esagerazione, per una ragione che l'evento illumina meglio di mille analisi. Il problema dell'Italia non è la qualità dei suoi ricercatori, che questa conferenza dimostra: è che li formiamo e poi li lasciamo partire. La Banca d'Italia, per voce del suo governatore, ha parlato apertamente di un 'circolo vizioso': stipendi bassi, contratti superati e ricerca sottofinanziata spingono i giovani talenti verso Germania, Regno Unito e Stati Uniti.

Il collo di bottiglia, insomma, non è a monte ma a valle. Non manca il talento, manca il ponte che trasforma la ricerca in industria: partnership strutturate tra università e imprese, investimenti privati, accesso ai finanziamenti, meno burocrazia. È il classico difetto italiano applicato all'AI: eccelliamo nella scoperta e arranchiamo nel trasformarla in valore economico che resti nel Paese.

La domanda c'è, manca il collegamento

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La parte frustrante è che la materia prima ci sarebbe tutta. Non solo il talento, ma anche la domanda: secondo le rilevazioni di settore, l'82% delle aziende italiane prevede di aumentare gli investimenti in AI e il 92% si aspetta di guadagnarci in produttività. Da un lato ricercatori di livello mondiale, dall'altro imprese che vogliono l'AI. In mezzo, il vuoto che dovrebbe collegarli.

Ecco perché rendere Napoli, o l'Italia, una vera capitale dell'AI non significa ospitare un congresso in più. Significa trattenere le persone che oggi presentano i poster in quelle sale, finanziare le loro idee prima che lo faccia un fondo americano, collegarle alle aziende di casa che chiedono quelle competenze. L'evento è un riflettore acceso su un'eccellenza reale. La sfida, quella vera, è non lasciare che quell'eccellenza salga su un aereo di sola andata.

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