Brexit dieci anni dopo: PIL giù dell'8% e Starmer si dimette
Il 23 giugno 2026 cade il decennale del referendum. I sondaggi: il 53% dei britannici vorrebbe rientrare nell'UE. Dimissioni del premier laburista alla vigilia.
Il 23 giugno 2026 ha segnato il decennale del referendum che decise l'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea. Dieci anni dopo quel 52% di "Leave", il bilancio raccolto da analisti ed economisti è netto: il PIL britannico ha perso fra il 6 e l'8%, l'immigrazione netta è molto più alta di prima e i sondaggi indicano un'inversione storica: il 53% dei britannici vorrebbe oggi rientrare nell'UE. Alla vigilia dell'anniversario, il premier laburista Keir Starmer si è dimesso.
I numeri economici: 240 miliardi di sterline bruciati
Le stime dell'Office for Budget Responsibility e di paper accademici presentati a Londra in queste settimane convergono su un calo del PIL britannico fra il 6 e l'8% rispetto allo scenario controfattuale di permanenza nell'UE. In valore assoluto: fra 180 e 240 miliardi di sterline, equivalenti a 207-276 miliardi di euro al cambio attuale.
Gli effetti non sono stati uniformi. Gli investimenti delle imprese hanno perso fra il 12 e il 18%, l'occupazione e la produttività fra il 3 e il 4 percento ciascuna. La City di Londra ha visto migrare verso Amsterdam, Parigi, Francoforte e Dublino una porzione significativa del trading azionario europeo. Le piccole e medie imprese esportatrici hanno sopportato il peso più alto in burocrazia doganale e ritardi logistici.
Immigrazione: meno europei, più extra-UE
Sulla promessa che aveva mobilitato il voto Leave (riprendere il controllo dei confini), il bilancio è paradossale. Gli arrivi di cittadini europei sono crollati, ma quelli da paesi extra-UE sono saliti vertiginosamente: oggi rappresentano il 90% degli ingressi nel Regno Unito.
Il saldo migratorio netto, che nel 2016 si aggirava sui 300 mila ingressi annui, ha toccato il picco di 900 mila nel 2023 prima di scendere a 171 mila nel 2025 grazie alle nuove restrizioni introdotte dal precedente governo conservatore. La composizione è completamente cambiata: meno polacchi, romeni e ungheresi, più indiani, nigeriani, pakistani.
I sondaggi: l'opinione pubblica si capovolge
↗ Rallentamento AI: il rischio non è la tecnologia, sono i soldi
Il dato politico più significativo riguarda l'opinione pubblica. Secondo i sondaggi YouGov del maggio 2026, il 55% dei britannici si dichiara favorevole a un rientro nell'UE, contro il 34% contrario. Un ribaltamento netto rispetto al 52% di Leave del 2016. Tra chi aveva votato per uscire, il 23% ha cambiato idea.
Il sondaggio dell'European Council on Foreign Relations aggiunge profondità: il 66% degli intervistati attribuisce alla Brexit effetti negativi sul costo della vita, il 65% sull'economia, il 57% sulle opportunità per i giovani e il 56% sull'immigrazione clandestina. Solo il 20% ritiene che il governo abbia gestito bene la transizione post-Brexit.
Starmer si dimette, il caos politico continua
↗ AI e produttività: perché i guadagni non si vedono (ancora)
Sullo sfondo del decennale, il 22 giugno il primo ministro Keir Starmer ha annunciato le dimissioni da leader laburista, travolto dall'impopolarita' e dalla rivolta interna del partito. Il favorito per succedergli è Andy Burnham, sindaco della Greater Manchester, in una fase di profondo riposizionamento del Labour.
Sull'altro fronte, Nigel Farage, padre politico della Brexit, è in testa ai sondaggi nazionali con il suo Reform UK. Una geometria politica paradossale: l'opinione pubblica vorrebbe rientrare nell'UE, ma il partito più votato è quello che ha promosso l'uscita. La spiegazione è nei temi del lavoro, del costo della vita e dell'immigrazione, su cui Reform UK ha catturato l'elettorato deluso dai laburisti.
Londra non tornerà nell'UE, almeno non a breve
Nonostante i sondaggi, un secondo referendum di rientro non è all'orizzonte. La nuova leadership laburista, qualunque essa sia, dovrà fare i conti con una maggioranza parlamentare costruita su una piattaforma centrista che esclude un rapido riallineamento europeo. Bruxelles, dal canto suo, ha già fatto sapere informalmente che un'eventuale richiesta di rientro richiederebbe la rinuncia ai rebate negoziati negli anni Ottanta e l'adesione all'euro come obiettivo formale.
Il più probabile, nel breve termine, è un riavvicinamento per settori specifici: cooperazione doganale, programmi di ricerca (Horizon Europe è già stato rinegoziato), mobilità studentesca. Non un rientro pieno, ma una serie di accordi tecnici che ricostruiscono parte di quello che il referendum del 2016 aveva smontato.