ChatGPT e l'attesa perduta: i chatbot disabituano a pregare
Una riflessione di Avvenire rilancia il tema con Simone Weil: la preghiera e' attenzione, e l'attenzione richiede attesa. Ma l'AI risponde subito, sempre.
Redazione La Voce Digitale
C'e' un effetto collaterale dell'intelligenza artificiale di cui si parla poco: la scomparsa dell'attesa. Lo solleva una riflessione pubblicata da Avvenire, che collega i chatbot a una perdita che va oltre la produttivita' e tocca la vita interiore: se ogni domanda riceve risposta immediata, si atrofizza la capacita' di aspettare. E con lei, sostiene l'autore, anche la disposizione d'animo che rende possibile pregare.
La tesi: l'AI ci solleva dal non-sapere
Il ragionamento parte da un'esperienza quotidiana. Davanti a un dubbio, la tentazione di interrogare ChatGPT e' ormai un riflesso: la risposta arriva in pochi secondi, ordinata, sicura di se'. Il chatbot ci solleva dal disagio del non-sapere. Ma proprio quel disagio, argomenta la riflessione, era uno spazio fertile: il tempo sospeso in cui la domanda matura, l'attenzione si affina, la mente cerca. "I loro elenchi puntati apparentemente ordinati assaltano il mio silenzio", scrive l'autore.
La conclusione e' netta: programmato per la certezza e non per il mistero, ChatGPT e' inadeguato a sostenere una ricerca di verita'. Non perche' sbagli le risposte, ma perche' le da' subito: e alcune cose, dalla comprensione profonda alla fede, esistono solo dentro un'attesa.
Simone Weil: la preghiera e' attenzione
Il riferimento filosofico e' Simone Weil, la pensatrice francese morta nel 1943. Per Weil la preghiera e' essenzialmente attenzione: non a caso, in francese, "attention" condivide la radice con "attendre", attendere. E la parola contemplazione viene dal latino templum, il tempio: lo spazio delimitato e vuoto in cui qualcosa puo' manifestarsi.
In un celebre saggio del 1942 sugli studi scolastici, Weil sosteneva che il vero scopo dello studio non e' accumulare nozioni ma sviluppare la facolta' dell'attenzione. Un'idea che oggi suona quasi sovversiva: l'esercizio del cercare, sbagliare e aspettare vale piu' del risultato. Esattamente cio' che l'AI, dando il risultato senza il percorso, rischia di cancellare.
La psicologia: il circuito della gratificazione
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La riflessione spirituale incrocia un dibattito scientifico molto concreto. Gli psicologi parlano da anni di gratificazione istantanea: ogni risposta immediata, utile e calibrata sui nostri interessi attiva il rilascio di dopamina, lo stesso meccanismo di ricompensa delle slot machine e dei "mi piace" sui social. I chatbot lo portano a un livello superiore, perche' rispondono a qualsiasi domanda, sempre, senza attriti.
Le conseguenze osservate sui piu' giovani preoccupano gli specialisti: difficolta' crescente a tollerare l'attesa e la noia, minore disponibilita' alla ricerca lenta, erosione del pensiero critico. Non e' un tema confessionale: riguarda chiunque studi, lavori o semplicemente pensi.
La Chiesa e l'intelligenza artificiale
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La riflessione si inserisce in un dibattito che il mondo cattolico ha aperto da tempo. Nel gennaio 2025 il Vaticano ha pubblicato Antiqua et Nova, la nota dei Dicasteri per la Dottrina della Fede e per la Cultura sull'intelligenza artificiale: un documento che riconosce le potenzialita' della tecnologia ma mette in guardia dal confonderla con l'intelligenza umana, fatta anche di corpo, relazione e apertura al trascendente.
Sullo sfondo ci sono questioni molto pratiche, discusse anche sulla stampa cattolica: dalle omelie scritte con ChatGPT alla direzione spirituale delegata ai chatbot, fino ai fedeli che confidano all'AI cio' che un tempo portavano in confessionale. Strumenti utili, avvertono i teologi, ma che rischiano di sostituire proprio le pratiche lente su cui la vita spirituale si regge.
Riabilitare l'attesa
Il punto della riflessione non e' rinunciare all'AI, ma difendere uno spazio che l'AI non deve occupare. L'attesa non e' tempo morto: e' il tempo in cui le domande respirano. Vale per chi prega, per chi studia, per chi scrive. La proposta implicita e' un'ecologia dell'attenzione: usare i chatbot per cio' che sanno fare, e proteggere il silenzio per cio' che non sanno fare. Perche' la risposta immediata e' comoda. Ma alcune risposte, per essere vere, hanno bisogno di farsi aspettare.
Redazione La Voce Digitale