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Smartphone a scuola: il divieto copre solo il 14% del tempo

Smartphone a scuola: il divieto copre solo il 14% del tempo

Il CNDDU propone al MIM una Settimana nazionale di educazione alla cittadinanza digitale. Un conto semplice mostra perché ha ragione: il problema è nelle ore fuori da scuola.

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di Lorenzo Baccini

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Il divieto di smartphone in classe è realtà da settembre, ma da solo non basta: lo dice il CNDDU, il coordinamento nazionale dei docenti di diritti umani, che ha proposto al ministro dell'Istruzione una Settimana nazionale di educazione alla cittadinanza digitale, all'intelligenza artificiale e all'uso consapevole delle tecnologie. La proposta merita attenzione per una ragione che un conto semplice rende evidente: il divieto governa una frazione minima del tempo che i ragazzi passano davanti allo schermo. Tutto il resto è scoperto.

La proposta: una settimana a inizio anno, per tutti

L'idea del CNDDU è collocare la Settimana nella prima fase dell'anno scolastico, in tutte le classi delle secondarie di primo e secondo grado. Per gli studenti del primo anno funzionerebbe da accoglienza educativa sulle regole di convivenza negli ambienti digitali; per gli altri sarebbe un aggiornamento annuale. I moduli proposti coprono protezione dei dati, privacy, responsabilità civile e penale online, cyberbullismo, copyright, identità digitale, educazione finanziaria digitale e regolamento europeo sull'IA, con un ruolo per i docenti di discipline giuridico-economiche.

Il punto di partenza è condiviso: il divieto, scrive il coordinamento, è una misura organizzativa legittima, ma non può essere l'unica risposta educativa.

Il conto: il divieto copre il 14% del tempo

Facciamo l'aritmetica che nei comunicati non c'è. Un anno scolastico vale circa 200 giorni di lezione da 6 ore: 1.200 ore in cui il telefono resta in borsa, come chiede la circolare del MIM del 16 giugno 2025 che ha esteso il divieto alle superiori. Un anno intero, però, contiene 8.760 ore. Il divieto copre quindi circa il 14% del tempo totale di un adolescente, un quinto delle ore da sveglio. Weekend, estate e tutte le sere restano fuori dal perimetro.

Non significa che il divieto sia inutile: le prime esperienze raccontano più attenzione in classe, e la ricerca collega l'abuso di social ad ansia, depressione e disturbi alimentari. Ma i dati dell'Istituto Superiore di Sanità, secondo cui oltre il 25% degli adolescenti mostra dipendenze comportamentali da dispositivi, riguardano l'uso complessivo, non quello scolastico. Il problema abita soprattutto nelle ore in cui la scuola non c'è. Ecco perché una proposta educativa, e non solo proibitiva, coglie il punto.

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Nell'attesa che la Settimana diventi realtà, la parte tecnologica della soluzione esiste già ed è gratuita. Su Android, Google Family Link permette di impostare limiti di tempo per app, orari di blocco notturno e approvazione dei download; su iPhone, Tempo di utilizzo fa le stesse cose ed è integrato nel sistema. Entrambi si configurano dal telefono del genitore e non richiedono abbonamenti.

Gli strumenti, però, funzionano solo dentro regole condivise: i limiti imposti senza spiegazioni si aggirano, e un quattordicenne motivato trova il modo. Le pratiche che la ricerca indica come più efficaci sono a costo zero: ricarica del telefono fuori dalla camera da letto, niente schermi a tavola, orari concordati invece che imposti. È esattamente il tipo di alfabetizzazione, per famiglie oltre che per studenti, che una settimana nazionale potrebbe diffondere.

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Il MIM ha avviato il monitoraggio sull'applicazione del divieto, e i risultati diranno quanto la misura incide sull'attenzione in classe. Ma la partita vera si gioca dove nessuna circolare arriva: nelle 18 ore al giorno in cui il telefono è in mano ai ragazzi e la mediazione spetta alle famiglie. Il divieto ha tolto lo smartphone dalla classe. Insegnare a conviverci, ovunque, è il lavoro che comincia adesso.

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